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Folklore

La Tammorra

Pubblicato: Jan 29, 2010 da admin Archiviato in: Folklore Musica

E' lo strumento principe della tradizione campana e vanta origini antichissime. Era legato a culti lunari e ritenuto strumento essenzialmente femminile. Oggi diffusa in tutto il Mediterraneo, la tammorra, detta anche tammurro, accompagna sia il canto che il ballo tradizionale ed è usata da sola o con altri strumenti a percussione.

Lo strumento. La tammorra è un grosso tamburo a cornice con la membrana di pelle essiccata (quasi sempre di capra o di pecora) tesa su un telaio circolare di legno. Il diametro varia dai 30 ai 60 centimetri. L’asse di legno che compone il cerchio (cornice) può arrivare fino a 15 cm. di altezza ed è bucato tutt’intorno da nicchie rettangolari dove vengono
collocati i sonagli di latta, detti ciceri o cimbali. In loro assenza la tammorra è definita muta, caratterizzata da un seducente suono cupo. Sovente i costruttori usano abbellire lo strumento con l’aggiunta di nastrini colorati e decorarlo con piccoli motivi floreali dipinti lungo la cornice o con scene di argomento cavalleresco affrescate sulla pelle. La tammorra non va confusa con il tamburello, che è molto più piccolo, con i cembali di ottone e non di latta.

Come si suona. Si impugna il telaio dal basso con una sola mano, tenendolo perpendicolarmente al corpo, mentre la pelle viene percossa ritmicamente dal palmo e dalle dita dell’altra mano. Il modo di impugnare la tammorra è importante anche da un punto di vista rituale: accade, infatti, che quando lo strumento è impugnato con la mano sinistra e percosso con la destra si dice che viene suonato nella maniera maschile. All’opposto, invece, si dice che viene suonato nella maniera femminile e ciò perché il lato destro è identificato nelle antiche culture con l’idea dell’uomo, mentre il lato sinistro con l’idea della donna. L’inversione dell’impugnatura dello strumento indica un rovesciamento dei segni del rituale.

Molto complessa è la tecnica usata per suonare la tammorra, poiché richiede qualità musicali e ritmiche non comuni accompagnate, inoltre, da una resistenza fisica notevole poiché lo strumento dev’essere spesso suonato per delle ore senza che il musicista possa cedere nella costanza del titolo. Critica è, ad esempio, la posizione da tenere per equilibrare il peso e lo strumento in modo da non affaticare eccessivamente il braccio. Non esiste, in proposito, una regola generale in quanto ogni suonatore trova una sua maniera per equilibrarsi costruendo una tecnica alla quale partecipa tutto il fisico.

Dove si usa. La tammorra accompagna sia il canto che il ballo tradizionale dell’Italia Meridionale, in particolare in Campania, dove è usata da sola o con altri strumenti a percussione, quali le castagnette. Qui la forma musicale, ad andamento essenzialmente binario, dallo strumento deriva il nome di tammurriata o anche di canzone ‘ncopp ‘o tammuro (canto sul tamburo). A tale struttura ritmica corrisponde una particolare scansione metrica di sei versi, di undici sillabe, che durante il canto subisce però modifiche sia nel numero delle sillabe, che nell’organizzazione. In special modo nell’area vesuviana, la tammurriata emerge durante occasioni ludiche e sopratutto rituali-cerimoniali, quali i frequenti pellegrinaggi devozionali alla Madonna.

Un po’ di storia. La storia della tammorra, rivissuta attraverso lo studio dei reperti archeologici e delle opere d’arte presso quei paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo prende inizio da alcune statuette fenicie di figure femminili, raffiguranti forse sacerdotesse della dea Astarte recanti un disco riconducibile ad un tamburo a cornice, conservate presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

Alcune pitture di origine greca mostrano donne nell’atto di suonare un tamburo simile all’attuale tammorra denominato tympanon. Questo strumento ha quasi sempre due pelli (vista la presenza di maniglie o di legature a forma di X e di V sul profilo della cassa) tese su un telaio circolare di legno o di bronzo tenuto verticalmente e percosso con la mano nuda.

Presso i romani, lo ritroviamo col nome di timpanum. In un mosaico di Pompei conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli tale tamburo è raffigurato in mano ad uno strumentista, forse un ambulante, che lo percuote tenendo la pelle rivolta verso il basso. Una tecnica di esecuzione, questa, utilizzata per suonare l’attuale tammorra in Italia Meridionale e che si osserva presso tutte le popolazioni del Mediterraneo e del vicino Medio Oriente che utilizzano tamburi di tale forma.

La musica del Medioevo eredita quasi tutti gli strumenti a percussione dell’Evo Antico e la tradizione popolare conserva il grosso tamburo detto poi tammorra per scandire il ritmo durante i balli a Corte. La musica colta rinascimentale non disdegna l’utilizzo di questo strumento, dal momento che esso viene raffigurato nelle mani di
angeli musicanti o nelle tarsie dei cori delle chiese, in cui si evidenzia l’uso del tempo di sospendere dei sonagli al telaio o anche di applicare la bordoniera (una corda posta sulla pelle per dare allo strumento il suono rullante).

 


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I fujenti

Pubblicato: Jan 29, 2010 da admin Archiviato in: Folklore

Il lunedì di Pasqua, a Sant’Anastasia (NA), si festeggia la Madonna dell’Arco.
Caratteristici sono i devoti a questa Madonna, chiamati fujenti (”coloro che corrono in atteggiamento di fuga” ), dal modo di procedere verso il Santuario. Sono anche detti battenti, per l’azione del battere costantemente i piedi a terra in modo ritmato e cadenzato. I fujenti vestono una particolare divisa conservata nei secoli: camicia e pantaloni bianchi, fascia azzurra a tracolla con l’immagine della Madonna, fascia rossa alla vita, una volta tutti a piedi nudi e ora in gran parte con scarpette bianche.

Le associazioni. Il culto della Madonna dell’Arco è sostenuto da un’antica devozione popolare, propagata da numerose associazioni laicali sparse in tutta la Campania, ma soprattutto nel napoletano. Se ne trovano però anche nel resto dell’Italia e all’estero. Le associazioni hanno un’organizzazione con sedi, presidenti, tesorieri, portabandiera e soci. Tutti gli appartenenti a un’associazione fanno voto di correre al Santuario della Madonna il lunedì in Albis.

Le paranze. Ogni associazione organizza una squadra di fujenti, la cosiddetta paranza (parola derivata dal gergo marinaro, perché la squadra di devoti ricorda la disposizione in mare delle barche uscite per la “pesca di paranza”), che a partire dalla festa di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) e per tutto il periodo che precede il lunedì in Albis, va in giro a fare ‘a cerca, cioè la questua, per portare un’offerta al Santuario.
Saltellando e cantando, i devoti intonano ‘a voce d’a questua:

Chi è devot’

’sta Maronn’e ll’Arc’

sorè tenitece ‘a fede

chill’è nu bellu nomme

sorè … ‘a Maronn’

La questua ha una sua origine penitenziale nella tradizione cristiana: per ottenere la grazia richiesta, il devoto promette alla Madonna di sottomettersi al gesto umiliante del mendicare e di portare l’offerta raccolta al Santuario per i bisogni del culto e della carità.

Il giorno della festa. Dall’alba del lunedì di Pasqua fino a oltre il tramonto, le paranze si susseguono ai piedi dell’altare della Vergine dell’Arco. In prossimità del Santuario dovrebbe avere inizio la corsa che però il più delle volte non avviene perché i gruppi sono molto numerosi e manca lo spazio per effettuarla. La corsa simboleggia la purificazione dell’anima e la fuga rituale dal male per correre verso il bene.

In chiesa le paranze entrano senza musica. Alcuni devoti raggiungono l’altare avanzando in ginocchio verso la Madonna, altri camminando lentamente tenendosi per mano: tutti si prostrano per una breve preghiera per poi fare posto ad altre paranze che incalzano. Spesso si verificano invocazioni alla Madonna ad alta voce, col racconto delle proprie angustie. Vi sono in alcuni casi svenimenti e convulsioni, in parte derivanti da un costume, in parte provocati dalla stanchezza fisica e dalla tensione psicologica.

 


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